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Test sierologici e tamponi hi-tech, tutto quello che c’è da sapere sulle nuove armi contro il virus



emergenza covid-19

Senza terapie risolutive e un vaccino, gli occhi delle autorità sanitarie sono puntati sull’armamentario diagnostico. Non siamo molto lontani dalla messa a punto di strumenti chiave per un ritorno graduale alla normalità

di Nicola Barone

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6′ di lettura

«Una volta che sarà possibile eseguire test su larga scala in tempi rapidi e avere un quadro preciso della realtà, allora sarà possibile riaprire e riaprire in sicurezza». Parole scandite qualche giorno fa, pochi passi accanto allo sguardo severo di Donald Trump, da Anthony Fauci, consigliere di sei presidenti americani di fila e suprema autorità medica in fatto di malattie infettive. In mancanza di terapie risolutive e di un vaccino contro il coronavirus, chissà per quanto, gli occhi degli organismi sanitari sono puntati sull’armamentario diagnostico che aziende biomedicali di ogni parte del mondo concorrono a realizzare. Forse, non siamo molto lontani dal momento a cui pensava Fauci. Vediamo perché.

I test sierologici
Partiamo dagli ultimi arrivati, su cui hanno annunciato di voler giocare le proprie carte alcune Regioni come,ad esempio, il Veneto. Basta un prelievo di sangue. «Identificare con assoluta certezza gli individui che sono riusciti a recuperare uno stato di salute normale dopo l’infezione e capire se questo tipo di immunità sia veramente protettiva saranno i due dati fondamentali per prendere con sicurezza la decisione di rimuovere, per questa categoria di pazienti, alcune delle restrizioni correnti (distanziamento sociale). Questo permetterebbe quindi a una parte della popolazione in età lavorativa di tornare ad adempiere ai compiti produttivi interrotti, minimizzando i rischi di espandere il contagio del virus. Essendo già entrati in contatto col virus questi pazienti non dovrebbero reinfettarsi e quindi diventare veicoli del virus», spiega il dottor Ennio Tasciotti, esperto di nanomedicina e di tecnologie biomedicali. «C’è un’ulteriore ragione per cui questi test potrebbero essere vantaggiosi. Identificare i pazienti che sono guariti potrebbe aiutarci a curare coloro che sono gravemente malati. Gli anticorpi che vengono misurati in questi test sierologici sono infatti gli stessi che sono stati proposti come possibile trattamento per i pazienti con sintomatologia grave. Alcune evidenze cliniche suggeriscono infatti che gli anticorpi in circolo nei pazienti che hanno superato l’infezione una volta purificati dal sangue, e reinfusi potrebbero attivare la risposta immunitaria dei pazienti più gravi. Non vi è certezza assoluta ma di sicuro un argomento da approfondire».

Quali risposte forniscono
I test sierologici «non danno una misura effettiva della quantità di agenti patogeni, ma sono in grado di rilevare gli anticorpi prodotti contro le proteine virali. Possono essere necessari diversi giorni o settimane dall’inizio dell’infezione prima che il paziente produca questi anticorpi. Per via di questo ritardo quindi, un test sierologico non è sempre utile per trovare un’infezione attiva. Ma gli anticorpi possono persistere a lungo, anche dopo che l’infezione è stata risolta. Ecco perché i test sierologici per gli anticorpi sono fondamentali per identificare i casi passati del virus. Secondo i primi studi, dopo 7-11 giorni iniziano a comparire nel sangue dei pazienti anticorpi IgM, quelli prodotti dal sistema immunitario nella prima fase di risposta al virus». Tasciotti spiega che «a partire dalla terza-quarta settimana dall’infezione inizia ad essere presente nel sangue un altro tipo di anticorpo, chiamato IgG. Questi resteranno in circolo più a lungo e segnalano una risposta immunitaria adattativa al virus, e sono per semplicità quelli che ci fanno sperare nella possibilità di mantenere una memoria immunitaria protettiva a lungo termine contro il virus. I test sierologici sono pertanto ottimi strumenti di screening per capire quale percentuale della popolazione italiana è stata realmente esposta al Covid-19. Gli scienziati si aspettano che queste persone siano al sicuro da un’altra infezione per almeno un po’ di tempo, quindi i test potrebbero essere utilizzati per dare la priorità di ritorno al lavoro».

I vantaggi
Una prima considerazione da fare, secondo Tasciotti, da poco tornato in Italia dopo aver diretto il Centro di Medicina Biomimetica del Methodist Hospital di Houston, è che «questi test sono più sicuri e richiedono minori norme di sicurezza per chi li effettua. Il campione da analizzare non prevede il maneggiamento di materiale infetto da virus in forma attiva, in quanto il virus non è presente nel sangue e quindi non c’è il rischio che esiste nel maneggiamento dei tamponi naso-faringei. Da un punto di vista economico questi nuovi test presentano un chiaro vantaggio, costano considerevolmente meno. «Se acquistati in grande numero, il kit per un singolo test sierologico potrebbe costare intorno ai 10 euro, quindi 10-20 volte meno del test molecolare sui tamponi naso-faringei. L’ulteriore vantaggio è rappresentato dai tempi necessari per avere una risposta che variano da 2 minuti per il più rapido ai circa 30 minuti complessivi necessari ai più lenti. Sembrano inoltre promettenti le dichiarazioni delle ditte produttrici che affermano di poter distribuire centinaia di migliaia di kit a settimana, un numero che supera di gran lunga quello dei kit molecolari per la misurazione del genoma del virus».

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Qualche contro
Al netto degli indiscutibili vantaggi, esistono tuttavia dei limiti in questa metodologia che Tasciotti tiene a evidenziare. «Indipendentemente dal tempo necessario e dalla ditta distributrice, questi test rimangono esclusivamente qualitativi. Il risultato quindi non è espresso in valori numerici ma semplicemente come positività o negatività. E la loro attendibilità nel caso dell’identificazione dei pazienti positivi si aggira intorno all’85%. Questo è il dato su cui concentrare l’attenzione perché suggerisce l’esistenza di un rischio significativo: fino a 15 pazienti su 100 potrebbero non essere identificati. Prima di trarre conclusioni affrettate e prendere decisioni sull’eliminazione delle norme restrittive, bisogna quindi concentrarsi sul miglioramento di questi test, con l’obiettivo di aumentare la loro sensibilità, ossia la capacità di identificare correttamente tutti pazienti con la malattia». L’altra importante considerazione da fare è che le linee guida della Food and drug administration americana, aggiornate al 16 marzo 2020, consentono la distribuzione di questo prodotto per uso diagnostico ai laboratori e agli operatori sanitari solo presso i punti di assistenza, in quanto il suo corretto utilizzo dipende dalla esperienza dell’esecutore e del valutatore. «Senza contare che come detto, a oggi, non è ancora chiaro se le persone guarite, ossia quelle che hanno contratto il virus e che sono guarite dall’infezione, presenteranno un’immunità protettiva e per quanto tempo. Mancano i dati epidemiologici e le osservazioni sui pazienti. Esistono però delle indicazioni dal mondo della ricerca che ha osservato l’immunità protettiva dopo la risoluzione di un’infezione primaria in uno studio condotto su primati».

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