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Tamponi e test sierologici, le armi (spuntate) della Fase 2



convivere col virus

L’Italia è attrezzata per «tenere a bada» il Covid-19 ? Non sembra, a giudicare dalla carenza o del cattivo utilizzo degli strumenti di contrasto

di Marzio Bartoloni

Fase 2, Arcuri: da lunedì serve equilibrio libertà-consapevolezza

4′ di lettura

Da lunedì 4 maggio è iniziata ufficialmente la convivenza con il virus. Nella Fase 2 servirà la massima allerta perché c’è la quasi certezza che i contagi risaliranno, visto che tornano a muoversi milioni di italiani. L’effetto si vedrà tra una decina di giorni (il tempo di incubazione è di una settimana). Sarà quindi cruciale che i nuovi positivi e i loro contatti siano scovati rapidamente bloccando sul nascere eventuali focolai, con tanto di lockdown chirurgici se necessari.

Ma l’Italia è attrezzata per tenere a bada il Covid? Sono quattro le armi messe in campo per sorvegliare il virus, ma alcune sono spuntate perché usate troppo poco o male – come i test sierologici o i tamponi a singhiozzo a seconda delle Regioni – altre invece proprio non ci sono, come la app per tracciare i positivi che si vedrà solo a fine maggio in piena Fase 2. Infine le cure a casa: solo 13 Regioni hanno attivato le Unità speciali (Usca) con circa 500 medici. Pochi per seguire gli oltre 80mila malati di Covid a casa e monitorare i possibili futuri casi.

Tamponi a singhiozzo
Dalla Protezione civile ne sono stati distribuiti 3,637 milioni alle Regioni che ne hanno fatti però 2,1 milioni (solo l’Asl può utilizzarli): quindi ci sono 1,5 milioni di tamponi nei magazzini. Nelle ultimissime settimane molte Regioni hanno aumentato la loro potenza di fuoco, ma non è stato sempre così come ricordano le tante denunce di ritardo nelle diagnosi, con differenze macroscopiche tra Regioni.  In particolare spicca il Veneto che anche grazie ai suoi rifornimenti ne ha fatti finora oltre 380mila, più di quelli inviati da Roma (367mila) testando 220mila veneti (quelli in più sono i tamponi di controllo). In valore assoluto ne ha fatti di più la Lombardia, circa 418mila (meno però dei 566mila inviati da Roma) su quasi 250mila lombardi. Solo che i lombardi sono 10 milioni e i veneti 4,9 e così a conti fatti il Veneto ha testato quasi il doppio dei suoi cittadini: 457 ogni 10mila veneti contro i 251 della Lombardia. E molti di più delle altre Regioni che sono state colpite dallo tsunami Covid, come il Piemonte (284 hanno fatto il tampone ogni 10mila abitanti) ed Emilia (299). Solo la piccola Valle d’Aosta ha fatto meglio del Veneto (493).

La «bandiera» del Veneto
Del resto il governatore veneto Zaia ha fatto dei «tamponi a tappeto» una bandiera, prendendosi anche diverse critiche. Ma i risultati sembrano dargli ragione: il virus si è diffuso meno e soprattutto ci sono stati meno morti. Se si prendono le tre Regioni con una popolazione simile in Veneto ci sono state la metà delle vittime (1528) di Emilia (3666) e Piemonte (3186). Per usare questo bazooka il Veneto ha messo in piedi una maxi-rete di laboratori con tanto di super-macchinario che ne processa 9mila al giorno. Diverse Regioni sono invece in difficoltà con reagenti e laboratori. Il rischio è che non si riesca a stare dietro ai proclami del Governo che vuole fare 5 milioni di tamponi nei prossimi due mesi, visto che in 100 giorni ne sono stati fatti neanche la metà.

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