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L’ombra di Matteo Messina Denaro sulla fine di Tiziano Granata. In un libro i misteri dei Nebrodi



Mafia

Il poliziotto, tra gli uomini che hanno sventato l’attentato all’allora presidente del Parco dei Nebrodi, indagava sulla presenza del boss nel messinese

di Nino Amadore

Mafia, 13 arresti nel feudo di Matteo Messina Denaro

Il poliziotto, tra gli uomini che hanno sventato l’attentato all’allora presidente del Parco dei Nebrodi, indagava sulla presenza del boss nel messinese

3′ di lettura

Il capomafia Matteo Messina Denaro potrebbe aver trascorso un periodo della sua latitanza in provincia di Messina, in una villetta che si trova tra Santo Stefano di Camastra e Cefalù. Il boss trapanese sarebbe stato riconosciuto a Castel di Tusa, a metà strada appunto tra Santo Stefano di Camastra e Cefalù, da due collaboratori di Tiziano Granata, l’assistente capo della polizia di Stato, uno degli uomini che la notte del 18 maggio 2016 ha sventato l’attentato all’allora presidente del Parco dei Nebrodi.

La morte degli investigatori

Granata è poi morto, ufficialmente per arresto cardiaco, alla fine di febbraio del 2018 e qualche giorno dopo è morto a causa di una lecemia fulminante Rino Todaro, collega e amico di Tiziano: ambedue facevano coppia fissa e facevano parte della cosiddetta squadra dei vegetariani guidata dal vicequestore Daniele Manganaro e impegnata nella lotta alla mafia dei pascoli e a un poderoso traffico di farmaci scaduti e a truffe nella filiera degli animali destinati alla macellazione (operazione Gamma Interferon).

I vicerè delle agromafie

Granata, riferiscono i testimoni, avrebbe anche fatto delle verifiche sulla targa dell’automobile su cui viaggiava l’uomo che i suoi collaboratori hanno riconosciuto essere Matteo Messina Denaro (un’Audi A5 Sport coupè nera): targa risultata inesistente. L’episodio è ora raccontato in un libro “I viceré delle agromafie – storia di sbrirri, bovini, malarazza, antimafia e mascariamenti” (Armenio editore) di cui è autore lo scrittore siciliano Luciano Armeli Iapichino che da anni segue con passione le vicende della mafia dei pascoli sui Monti Nebrodi dove abita.

I legami del boss

Il boss di Castelvetrano, detto ’u siccu, latitante ormai da 27 anni, ha del resto avuto legami storici con Pietro Rampulla, l’uomo d’onore di Mistretta che è stato l’artificiere della strage di Capaci e quindi solide relazioni con le famiglie mafiose della zona che fanno capo al mandamento di San Mauro Castelverde cui appartiene anche il territorio di Tusa e dunque della frazione Castel di Tusa. 

Il legame con Rampulla è stato recentemente ricordato dal pubblico ministero Gabriele Paci nell’ambito del processo di Caltanissetta sui mandanti delle stragi del 1992: per l’ultima primula rossa di Cosa nostra Paci ha chiesto l’ergastolo.

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