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In coda con i nuovi poveri, che mangiano grazie alle mense della carità



quando la fame fa più paura del virus

Il coronavirus ha portato in questi mesi di lockdown nuove povertà. Sono infatti stimati un milione di nuovi poveri, che oggi hanno bisogno di aiuto per riuscire a mangiare ogni giorno

di Nicoletta Cottone

Coronavirus, in coda alla mensa con i nuovi poveri

Il coronavirus ha portato in questi mesi di lockdown nuove povertà. Sono infatti stimati un milione di nuovi poveri, che oggi hanno bisogno di aiuto per riuscire a mangiare ogni giorno

5′ di lettura

É una coda lenta, a un metro di distanza uno dall’altro, per avere un pasto take away. Ognuno procede in fila con il suo fardello di sogni spezzati, alle prese con le quotidiane difficoltà della vita. Parlano poco fra loro. La pandemia da coronavirus non è solo un’emergenza sanitaria ed economica, ma anche sociale. E non riguarda solo le persone più povere, che già vivevano per strada e restano comunque le più esposte all’infezione. Il Covid-19 ha portato in questi mesi di lockdown anche nuove povertà. Persone che, accanto ai senzatetto, sono i nuovi poveri. Un milione di persone che oggi hanno bisogno di aiuto anche per riuscire a mangiare almeno una volta al giorno. Gente che ha perso anche quei lavoretti occasionali che gli consentivano di vivere con dignità. Sono in coda in tutta la città, nelle stazioni come in piazza San Pietro o nelle periferie. Uno dietro l’altro. In coda per poter mangiare, perché la fame fa più paura del coronavirus.

La mensa della carità di Valmelaina
Nella Capitale, a Monte Sacro, in cima alla salita di via del Gran Paradiso, nei locali della parrocchia del Santissimo Redentore, c’è una mensa storica della carità, gestita dai volontari della chiesa di Valmelaina, con la Società di San Vincenzo de Paoli. Una salita che è anche un po’ il simbolo delle difficoltà di chi si mette in coda per avere un pasto da portare via. La pandemia ha costretto la mensa – nata nel 1990 – a non servire più i pasti al tavolo, ma a dare un sacchetto con un primo piatto caldo, un contorno, panini imbottiti, frutta, acqua e un dolce. E pane a volontà. In cucina sorridono le volontarie infaticabili Maria Paoletti, Giuliana Micheli, Tiziana Marianetti e la mitica Clementina, che si alternano ai fornelli. Nella sala dove prima si servivano i pasti oggi un gruppo di volontari prepara e insacchetta i panini, versa nelle vaschette la pasta fumante da asporto, prepara sul carrello tutto il cibo da consegnare in due orari diversi della mattinata. Vaschette che vengono chiuse velocemente per cercare di consegnare la pasta calda.

In coda un piccolo esercito di badanti e colf
Fra i nuovi poveri che fanno la fila davanti alle mense di ogni città ci sono persone che hanno perso il lavoro, che hanno dovuto chiudere l’attività. Un piccolo esercito di badanti e colf. Tanti stranieri, moltissime filippine e sudamericane. Colpito, in particolare, chi viveva di lavori saltuari, chi non aveva un contratto in regola. Ora sono in fila, con dignità, ma anche con grande imbarazzo, nelle mense che prima erano appannaggio dei clochard. E che oggi sono fondamentali per alcune famiglie per riuscire a mettere un piatto in tavola. Per dare da mangiare ai propri figli.

Ora il pasto è take away
«Per motivi di sicurezza igienica, per mantenere il distanziamento – spiega padre Franco Mazzone – abbiamo dovuto servire il pranzo all’esterno. I volontari preparano panini, pasta da asporto in quella che era la sala da pranzo e poi consegnamo un sacchetto con un pasto completo e una bottiglietta d’acqua». Ai consueti ospiti senzatetto, spiega ancora padre Franco, «si sono aggiunte persone che hanno perso il lavoro, colf, badanti e parrucchiere». In questa mensa, che serve fra 130 e 150 pasti al giorno, con la pandemia è venuto meno, prosegue padre Franco, «quel conforto che era possibile fornire nel corso del servizio al tavolo. Ora la relazione è più automatica, perché per soddisfare tutte le richieste, assicurare il distanziamento e dare il pranzo senza far attendere troppo, bisogna essere più rapidi, liberare lo spazio per lasciare il posto ad altri. E lo spazio di dialogo che c’era servendo il pasto ai tavoli, si è ristretto».

Senzatetto disorientati dal lockdown
«Con il lockdown soprattutto chi viveva per strada, gli ultimi, sono rimasti disorientati», spiega Roberto Fattorini, volontario della San Vincenzo. «Improvvisamente hanno visto la città chiudersi, tutte le porte sbarrate. Come sbarrate erano tutte quelle occasioni di ricevere un aiuto, alle uscite dei bar o delle chiese». E i senzatetto sono stati informati dai volontari sul distanziamento indispensabile, sull’importanza di lavarsi le mani e di non bere dalla stessa bottiglia. «Oggi c’è gente che non ha da mangiare. Ti piange il cuore a vederli in fila. Vengono molte più famiglie con bambini a chiedere un pasto – spiega Francesco Isernia, volontario della parrocchia del S.S. Redentore – e cerchiamo anche di indirizzarli verso la realtà più vicina alla loro casa. Perché per ora c’è chi attraversa la città per venire qui». «Vengono la mattina padri di famiglia – sottolinea Romana Villetti, volontaria della San Vincenzo – che chiedono pacchi e cibo per i bambini piccoli. C’è stata una evoluzione, o una involuzione, di quelli che sono i bisogni dei nostri ospiti».

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