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Fondi pensione, patrimonio più solido ma investimenti in economia reale ancora modesti


LA FOTOGRAFIA DI ITINERARI PREVIDENZIALI 

Le indicazioni emerse dal settimo Report sugli investitori istituzionali italiani per l’anno 2019. Occorre favorire il reinvestimento di una maggiore quota del Tfr confluito ai fondi pensione nel sistema produttivo

di An.C.

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(imagoeconomica)

Le indicazioni emerse dal settimo Report sugli investitori istituzionali italiani per l’anno 2019. Occorre favorire il reinvestimento di una maggiore quota del Tfr confluito ai fondi pensione nel sistema produttivo

4′ di lettura

Due espressioni per uno stesso volto: quello del mercato istituzionale italiano. L’una, sorridente; l’altra che fa trapelare qualche perplessità in più. È questa l’immagine che suggerisce la lettura del settimo Report sugli investitori istituzionali italiani (dal titolo: “Investitori istituzionali italiani: iscritti risorse e gestori per l’anno 2019”) a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. Da una parte l’indagine mette in evidenza che, con un patrimonio complessivo di 917 miliardi di euro totali (185 per la sola previdenza complementare), pari a oltre il 50% del Pil nazionale, anche l’Italia inizia a vantare un mercato istituzionale di spessore. Si mantiene inoltre alta la sensibilità degli investitori istituzionali italiani nei confronti della sostenibilità ambientale e sociale: quasi la metà del campione intervistato adotta già politiche d’investimento sostenibile, l’88% intende includere o incrementare in futuro strategie ESG (Environmental, Social and Governance).

Dall’altra, pur con l’eccezione delle Fondazioni di origine Bancaria, risultano ancora modesti gli investimenti in economia reale. Viene fuori in particolare la necessità di favorire il reinvestimento di una maggiore quota del Tfr confluito ai fondi pensione nel sistema produttivo.

Dal 2007 al 2019 patrimonio cresciuto dell’82,5%

Il report offre un quadro quantitativo dettaglio degli investitori istituzionali italiani, con un focus anche sugli investimenti sostenibili e socialmente responsabili. E sottolinea che, nonostante le ricorrenti crisi finanziarie degli ultimi anni, il patrimonio degli investitori istituzionali che operano nel welfare contrattuale (fondi pensione negoziali, preesistenti e forme di assistenza sanitaria integrativa), delle Casse privatizzate e delle Fondazioni di origine bancaria è aumentato dai 142,85 miliardi di euro del 2007 ai 260,68 del 2019, con un incremento dell’82,5%. In percentuale del Pil, il patrimonio di questi soggetti è quindi pari al 14,6% e, includendo anche il welfare privato (compagnie di assicurazione del settore vita, rami I, IV e VI, fondi aperti e Pip),questo rapporto aumenta al 51,3 per cento. Il ritratto che viene fuori è dunque quello di un paese, l’Italia, che negli anni è riuscito a consolidare il proprio mercato istituzionale, raggiungendo ormai una dimensione rilevante.

LA SUDDIVISIONE

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2019 anno brillante per i rendimenti

Dal punto di vista dei rendimenti, a differenza del precedente “annus horribilis”, il 2019 è stato un anno particolarmente brillante per i mercati finanziari: tutti gli investitori hanno realizzato ottime performance e recuperato i risultati negativi registrati nel 2018. In particolare, i Pip investiti in unit linked segnano un +12,2% (contro il -6,5% dello scorso anno), seguiti dai fondi pensione aperti con un +8,3% (-4,5% nel 2018), dai fondi negoziali con +7,2%, dalle Fondazioni di origine bancaria con un +6,5% e dai fondi preesistenti con il 5,6%, battendo i “rendimenti obiettivo” inflazione, Tfr e media quinquennale del Pil, incrementati rispettivamente di 1%, 1,5% e 1,9%.

Nel 2020 la battuta d’arresto causa Covid-19

«Il 2020 – mette in evidenza Alberto Brambilla, presidente del Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali – era iniziato sulla stessa scia dell’anno precedente, almeno dal punto di vista delle performance dei mercati finanziari per incappare poi nella battuta d’arresto causata da Covid-19, che ha penalizzato in modo generalizzato tutte le asset class». Una situazione per nulla semplice che renderà difficile battere i rendimenti obiettivo. «Proprio per questi motivi – continua Brambilla – è in corso un lento processo di variazione dell’asset allocation e delle tipologie di gestione, sempre più ad alto valore aggiunto, spesso non legate a benchmark ma a obiettivi di rendimento. In questo contesto, si inserisce ad esempio il progressivo aumento degli investimenti in fondi d’investimento alternativi (FIA) e real asset».

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