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Fase 2 in bicicletta? Le città a misura delle due ruote sono ancora pochissime


mobilità

In questi giorni, c’è un continuo rilancio, a parole, della mobilità slow, indicata come toccasana per spostarsi soprattutto nei centri urbani ad alta densità abitativa

di Dario Ceccarelli

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(ANSA)

4′ di lettura

Avanti, tutti in bicicletta. Meno smog, meno contatti a rischio, maggior risparmio. Sulla carta, la soluzione perfetta. In questi giorni, densi di grandi annunci e vaghi progetti per come ripartire nella fase 2, c’è un continuo rilancio, almeno a parole, della mobilità a due ruote, indicata come toccasana per spostarsi soprattutto nei centri urbani ad alta densità abitativa. L’elogio della bicicletta, sia quella classica, sia quella a pedalata assistita.

Fioccano le promesse di incentivi e anche qualche iniziativa sorprendente, come quella del sindaco di Firenze, Nardella, che oltre ad essersi impegnato a realizzare 12 nuovi chilometri di piste ciclabili garantirebbe, a chi si sposta in bici, una sorta di indennità di spostamento, conteggiando già come tempo retribuito quello impiegato per arrivare al posto di lavoro.

Tante parole, tanti buoni propositi. Ma poi? Nella pratica? Come siamo attrezzati per rendere operativa questa rivoluzione?
«Le idee sono sempre benvenute», spiega Alessandro Tursi, presidente di Fiab, la Federazione italiana per l’ambiente e la bicicletta. «Sono benvenute, però non bastano. In Italia sono pochissime le città veramente a misura di bicicletta. La più evoluta è Bolzano, un vero paradiso per chi si muove su due ruote che nulla invidia alle città del Nord Europa. Poi però bisogna scendere a centri più piccoli come Modena, Ferrara, Ravenna, alcune zone del Veneto e delle Marche, come Pesaro, dove si sono fatti molti passi avanti. C’è ancora molto da fare invece a Milano. È migliorata, certo, ma non basta. A Parigi, per esempio, ci sono 650 km di piste ciclabili, a Valencia e a Budapest almeno 300. Per non parlare dell’Olanda e dei Paesi scandinavi».

Ma cosa frena? La volontà politica? L’indifferenza?
«Mah, in Olanda non sono nati in sella. Hanno fatto due conti. Durante la crisi petrolifera del 1973 hanno semplicemente cambiato mentalità incentivando, nei centri urbani, l’uso delle due ruote. Meno costi, aria più pulita, meno utilizzo del suolo pubblico. Nello spazio di un parcheggio di un auto, ci stanno dieci biciclette. I conti sono fatti. Cosa altro bisogna aggiungere? Certo, se poi la politica si tira indietro», ammonisce Tursi. «Questa è una grande occasione, sfruttiamola senza tirare in ballo i costi. C’è uno studio dell’Oms che con un algoritmo riesce a calcolare quanto, incentivando l’uso due ruote, si risparmia in spese per la sanità. Sono miliardi, ma questo costo viene sempre dimenticato…».

Una grande occasione, già. Lo dice anche Simona Larghetti, presidente a Bologna della Consulta comunale della Bicicletta e fondatrice di Salvaiciclisti una associazione impegnata da anni nel settore .
«Lanciare le biciclette come mezzo principale di spostamento? Voglio essere ottimista: forse non siamo mai stati così vicini. Mettiamola così: chi vuole fare qualcosa, adesso è agevolato. È il momento giusto. I costi sono minimi. Basta la volontà. Chi invece non vuol fare, troverà la scusa per lasciare tutto come prima. Gli argomenti non mancano: diranno che bisogna essere prudenti, che l’economia può risentirne, che il settore dell’auto è già in crisi. Un altro freno è la macchina amministrativa, la burocrazia. Adesso bisogna agire rapidamente, il problema è urgente. Ma la burocrazia quando si mette ti blocca tutto. Ci vuole una forte volontà istituzionale. Sarà un banco di prova. Io più che dei politici ho fiducia nella gente. Che ormai ha capito da sola che non ci si può rinchiudere tutti in auto a riempirsi di polveri sottili. Spero nei giovani, nella mamme che portano i figli a scuola».

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