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Fase 2 e trasporti locali: perché con meno passeggeri si rischia di moltiplicare le code



i problemi della riapertura

Per il settore la ripartenza del 4 maggio renderà evidente che il distanziamento è insostenibile. Il riempimento dei mezzi al 25% non è la soluzione ma può diventare il problema

di Marco Morino

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5′ di lettura

Con la fase 2, al via da lunedì 4 maggio, il trasporto pubblico locale (tpl) rischia una Caporetto. Il pericolo, avvertono le aziende di trasporto, è che il sistema della mobilità urbana (bus, tram, metropolitane, treni regionali), soccomba di fronte al principio cardine della lotta al Covid-19: il distanziamento sociale. Già il settore sta pagando un conto economico altissimo alla crisi sanitaria: Andrea Gibelli, presidente di Ferrovie Nord Milano e di Asstra, una delle due associazioni (l’altra è Agens) che rappresentano le aziende del tpl, prevede oltre 800 milioni di perdite a livello nazionale nel periodo che va dallo scorso 22 febbraio al prossimo 3 maggio. Oggi, sul tema, si terrà una videoconferenza con le Regioni e il ministro delle Infrastrutture paola De Micheli.

Crollo della domanda
L’enorme buco finanziario è dovuto al crollo verticale della domanda di mobilità pubblica che si è registrato nelle città italiane dopo lo scoppio della pandemia (-80% in media, con punte a Milano e Verona superiori al 90%) e il conseguente crollo dei ricavi da biglietti e abbonamenti.

Il vincolo del distanziamento
Ora però all’emergenza finanziaria si sommano i timori per le nuove regole imposte anche al trasporto pubblico locale nella fase 2. Arrigo Giana, direttore generale di Atm Milano e presidente di Agens, è netto: «Il distanziamento di un metro limita la capacità di carico dei mezzi di trasporto a un 25-30 per cento. È un limite molto basso e difficilmente riuscirà a essere compatibile con una domanda di trasporto che, anche se regolamentata, sarà molto più alta. Quello che chiediamo al governo – continua Giana – è capire se può essere ridiscusso questo limite di un metro a fronte di un obbligo chiaro e perentorio di indossare la mascherina sui mezzi pubblici».

Nella fase 2 la domanda di mobilità – magari non il 4 maggio, neanche il 18, ma quasi sicuramente quando ripartiranno tutte le attività a settembre, scuola compresa – sarà di molto superiore alla capacità di trasporto del 25% imposta dal metro di distanza. Forse salirà fino al 50% della capacità di carico, se gli utenti ritroveranno un po’ di fiducia verso il mezzo pubblico o semplicemente per necessità. A quel punto il distanziamento di un metro non solo non garantirà la richiesta di trasporto, ma rischia di creare assembramenti nelle stazioni e nelle fermate di bus e tram, pericolosi per la salute.

Il caso Milano
Prendiamo il caso di Milano. Prima della crisi sanitaria, sui mezzi pubblici milanesi viaggiavano circa 2,2 milioni di passeggeri al giorno: 1,4 milioni in metropolitana e circa 800mila sui mezzi di superficie. Con la fase 2, i mezzi pubblici milanesi avranno una capacità ridotta al 25%, ossia potranno trasportare circa 550mila utenti al giorno. I restanti 1,6 milioni che faranno? Il punto è che la mobilità urbana sarà determinante nella fase 2 perché supporta la vita delle persone, che spostandosi sia di poche centinaia di metri, sia di svariati chilometri, riescono a raggiungere i propri posti di lavoro. Se non riescono il mondo si blocca. Ecco perché le aziende di trasporto chiedono se sia possibile valutare la possibilità di tutelare la salute dei passeggeri con la sola mascherina, togliendo il distanziamento. Questo renderebbe possibile una capienza fino al 50% del trasporto garantendo un’offerta più in linea con la richiesta futura.

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