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Coronavirus, «Noi, in prima linea nella battaglia dell’ossigeno medicale»


storie al tempo del coronavirus

Durante il picco del contagio i consumi di ossigeno medicale sono esplosi a +600% in alcune zone d’Italia. Ecco come è stata vinta questa battaglia

di Enrico Marro

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3′ di lettura

Nella guerra del coronavirus c’è una battaglia – sanitaria e industriale – ancora da raccontare: quella per le forniture di ossigeno medicale. E non è una battaglia banale, perché i serbatoi e le bombole di O2 rappresentano un salvavita indispensabile per combattere il Covid-19. Ma assicurare le forniture, durante l’emergenza, non è stato banale: la domanda è schizzata vertiginosamente in alto, addirittura decuplicando in alcune zone d’Italia. «È accaduto nelle province di Bergamo e Brescia – spiega Paolo Tirone, direttore generale di Rivoira Pharma, azienda dalla storia secolare protagonista del settore gas medicali – con consumi che in Lombardia in media sono arrivati ad aumentare del 600%, mentre in Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte sono balzati in alto del 200%». Come fare fronte a questi picchi di domanda?

L’INCREMENTO NEL CONSUMO DI OSSIGENO MEDICALE DURANTE L’EMERGENZA CORONAVIRUS. In %. (Fonte: Rivoira Pharma)
L'INCREMENTO NEL CONSUMO DI OSSIGENO MEDICALE DURANTE L'EMERGENZA CORONAVIRUS. In %. (Fonte: Rivoira Pharma)

Nell’occhio del ciclone
«È stata una battaglia», continua Tirone. «La sfida era distribuire enormi quantità di ossigeno medicale nei circa duecento ospedali nostri clienti e in migliaia di case private per i pazienti cronici o per chi, colpito dal coronavirus in maniera non grave, era stato rimandato a casa per mancanza di posti letto. Senza contare l’urgenza di allestire forniture d’ossigeno per i presìdi ospedalieri trasformati in strutture Covid-19 o per le tendostrutture allestite al volo per far fronte all’emergenza. Il tutto in condizioni diventate improvvisamente difficili – spiega ancora il direttore generale di Rivoira Pharma, ora parte del Gruppo Nippon Gases – : abbiamo dovuto dotare decine di tecnici e addetti di dispositivi di protezione individuale (DPI) come mascherine e guanti, ma anche avviare un processo di sanificazione di tutte le bombole vuote tornate da ospedali e case private».

La distribuzione agli ospedali
In azienda i manager hanno reagito all’emergenza pianificando tutto, come generali in una guerra scoppiata all’improvviso, senza dichiarazione ufficiale. Sono stati messi in campo investimenti a sei cifre e assunti nuovi dipendenti per mettere le otto fabbriche sparse in tutta Italia in condizione di lavorare giorno e notte, ininterrottamente. «I tre stabilimenti primari, dove l’ossigeno viene frazionato, non hanno avuto problemi a produrre milioni di metri cubi di O2 in più: la distribuzione ai serbatoi degli ospedali non ha quindi subìto alcun rallentamento, anche perché il livello dei serbatoi di ossigeno liquido delle strutture ospedaliere viene rilevato in telemetria ventiquattr’ore su ventiquattro». I camion di Rivoira Pharma hanno così garantito le forniture a duecento strutture in tutta Italia tra le quali alcune in prima linea contro il coronavirus come lo Spallanzani di Roma, la Città della Salute di Torino, il San Carlo Borromeo di Milano e il Poliambulanza di Brescia.

CRESCITA PARALLELA IN LOMBARDIA DEL NUMERO DEI RICOVERATI E DEL CONSUMO DI OSSIGENO. Dal 1° marzo-4 aprile. (Fonte: Rivoira Pharma)
CRESCITA PARALLELA IN LOMBARDIA DEL NUMERO DEI RICOVERATI E DEL CONSUMO DI OSSIGENO. Dal 1° marzo-4 aprile. (Fonte: Rivoira Pharma)

Migliaia di bombole a domicilio
La sfida più difficile è stata invece garantire la distribuzione domiciliare. Anche perché l’ossigeno destinato alle case private va imbottigliato in bombole fabbricate da fornitori esterni. «Parte dei materiali venivano consegnati in 30-60 giorni, a volte per esempio arrivavano le bombole ma non le relative valvole», continua il direttore generale di Rivoira Pharma. Anche la distribuzione è stata un’impresa, in particolare nelle zone di Bergamo e Brescia, dove molti malati non gravi di Covid-19 sono stati rimandati a casa perché le strutture ospedaliere erano al completo.

La bombola dell’isola di Vulcano
«Va tenuto conto che le classiche bombole da due-tre metri cubi di ossigeno, quelle alte mezzo metro, durano mezza giornata: quindi c’è stato da soddisfare un turnover importante», spiega ancora Tirone. «Ci sono poi luoghi magari poco colpiti dal coronavirus ma difficili da raggiungere, come l’isola di Vulcano nelle Eolie: per portare una singola bombola abbiamo dovuto mandare un furgone dallo stabilimento di Messina e imbarcarla su una motovedetta dei Carabinieri diretta sull’isola. Il tutto per quella che sembra una singola bombola, ma che in realtà rappresenta molto di più: è un’aspettativa di vita».

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