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Coronavirus, calano i contagi: ma il grande malato è l’Emilia Romagna

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Riscendono da 306 a 252 i nuovi casi di Coronavirus in Italia a calano da 10 a 5 anche i morti. A frenare è soprattutto la Lombardia, dove i contagi di giornata passano da 82 a 53, mentre continuano a salire in Emilia Romagna, che con  63 casi dopo i 55 di ieri conquista la poco ambita vetta della classifica dei contagi.

Salgono da 22 a 30 i nuovi casi di Coronavirus registrati nelle ultime 24 ore in Veneto, che portano il totale dall’inizio della pandemia a 19.759. Superano quota 2.500 i soggetti posti in isolamento fiduciario, arrivati a 2.563 (+139), ma dei quali solo 31 (+9) sono positivi. Gli attuali contagiati sono 685.
Altri 14 positivi, in Trentino, dopo i 30 di ieri e i 20 di mercoledì. A destare preoccupazione è la situazione a Rovereto, dopo il focolaio alla Bartolini. “Abbiamo risultati relativi al terzo cerchio, quello legato ai cosiddetti familiari, contatti extralavorativi e cosiddetti `padroncini´, oggi complessivamente su quest’ultimo cerchio 14 positivi. Siamo arrivati ad aver testato 300 persone sul focolaio di Rovereto e abbiamo 64 positivi, di cui 14 rilevati nell’ultima tranche di tamponi. Abbiamo rilevato anche alcune positività su minori ma nessuno di loro frequenta colonie, centri estivi o scuole”, ha detto il direttore generale dell’Azienda sanitaria di Trento Pierpaolo Benetollo.

Scendono da 26 a 16 i nuovi contagi nel Lazio, la metà dei quali di importazione. Per l’esattezza 9 sono una coda dei casi importati con l’ultimo volo atterrato da Dacca a Fiumicino. Ma ora a destare allarme è il fenomeno di rientro di lavoratori e badanti rumeni, con mezzi pubblici e auto private. Così mentre il Ministro della salute, Roberto Speranza, introduce con Ordinanza la quarantena obbligatoria per chi rientra da Romania e Bulgaria, nel Lazio in queste ore si sta monitorando l’evoluzione dei casi di coronavirus di `importazione´. In particolare proprio dalla Romania, dopo qualche positivo registrato negli ultimi giorni, tra cui due badanti di ritorno dal Paese con gli autobus. Si starebbe valutando se mettere in campo iniziative come la possibilità di effettuare test sierologici a chi arriva dal Paese che sta registrando un aumento dei casi di Covid. In questi giorni in molti, a partire dalle badanti, stanno rientrando nel Lazio a bordo di pullman che fermano alla stazione Tiburtina. A destare preoccupazione soprattutto chi lavora accanto agli anziani e alle persone più fragili che sono le categorie maggiormente a rischio per il Covid 19.

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“Dalla pandemia usciremo solo  quando avremo un vaccino”, ripetono scienziati e politici. A frenare i facili entusiasmi intervengono sulla prestigiosa rivista scientifica Nature un gruppo di esperti. La risposta del sistema immunitario al nuovo coronavirus, affermano, non è ancora nota e sembrerebbe diversa da individuo a individuo. L’invito alla cautela si riferisce ai risultati dei primi test sull’uomo dei quattro candidati vaccini sviluppati dall’università britannica di Oxford, in collaborazione con AstraZeneca e le cui dosi sperimentali sono prodotte in Italia dall’Irbm; dalla cinese Cansino Biologics; dalla tedesca BioNTech in collaborazione con Pfizer e dall’azienda americana Moderna con l’Istituto americano di Allergie e malattie infettive (Niaid). Tutti e quattro i gruppi hanno affermato che i loro candidati vaccini hanno suscitato una risposta immunitaria simile a quella osservata nei pazienti guariti; sul fronte della sicurezza, gli effetti collaterali riscontrati sono comuni a quelli riscontrati in altri vaccini, come dolori muscolari, febbre e mal di testa.

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Tuttavia “i dati sono preliminari e in questa fase bisogna evitare di dire che un vaccino sia migliore di un altro perché non lo sappiamo ancora”, afferma l’immunologo Rafi Ahmed, dell’americana Emory University.

I dati preliminari finora resi noti, prosegue Ahmed, riguardano la capacità del vaccino di indurre la produzione di anticorpi neutralizzanti, capaci cioè di neutralizzare gli attacchi del nuovo coronavirus alle cellule. Secondo Peter Hotez, del Baylor College of Medicine di Houston, molti dei vaccini allo studio potrebbero richiedere più di una dose per indurre la produzione di anticorpi neutralizzanti. Secondo l’analisi di Nature hanno invece finora ottenuto meno attenzione le risposte da parte delle cellule killer del sistema immunitario, i linfociti T, Questi ultimi, secondo Shane Crotty, del Shane Crotty, del La Jolla Institute for Immunology, potrebbero avere un ruolo importante nel controllo della malattia. Per questo, osserva il ricercatore, sarebbe auspicabile un vaccino anti Covid-19 in grado di innescare una combinazione di anticorpi neutralizzanti e cellule T.

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