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«Ciao sono Laura». Storia di una guarigione Covid e di medici a cui non stringere la mano



Condizioni di cura

Sono le mani di chi l’ha curata in queste settimane, l’ha sedata quando nessuna cura funzionava; e che poi l’hanno riportata cosciente e accompagnata pian piano verso una ripresa fatta di piccoli passi. Quelle mani non si potranno stringere: perché se c’è un’abitudine che dovremo perdere – insieme all’abbracciarci e baciarci quando ci si incontra – è proprio questa. Anche se desideriamo tanto congratularci, mostrare gratitudine, riconoscere la capacità, l’attenzione, la sensibilità di chi da mesi salva vite umane. E con quella stretta di mano suggellare la personale pace con la struttura ospedaliera: perché il contagio di Laura e di un’altra decina di colleghi è avvenuta proprio lì.

Laura è stata fortunata, è stata curata quando i reparti non erano congestionati: medici e infermieri le hanno dedicato un’attenzione che – temo – altri non hanno avuto, purtroppo. Ora medici e infermieri tirano il fiato: restano sul chi vive, perché un ritorno della pandemia non si può escludere. Alcuni di loro sono stati insigniti di onorificenze e riconoscimenti. Pochi. La stragrande maggioranza no, anche se non ci stancheremmo mai di dir loro grazie.

Medici e reduci

Nadia è psicologa, è un’amica comune che lavora nello stesso ospedale: a chi le proponeva di assistere psicologicamente i malati Covid, ha spiegato che se c’è qualcuno da assistere sono i medici e gli infermieri che hanno vissuto settimane ai limiti dello stremo, che hanno visto ammalarsi e morire i proprio colleghi (oltre il 10% delle vittime da coronavirus lo hanno contratto portando il camice in corsia) e che ora rischiano qualcosa di simile alla sindrome del reduce: disturbi da stress post traumatico che si manifestano in chi ha vissuto esperienze intense come guerre, attentati, violenze, ma anche periodi lunghi di iperlavoro molto coinvolgente emotivamente come quello che hanno svolto medici e infermieri da febbraio in poi. I sintomi? Improvvisi flashback, rimozione, ipersensibilità, insonnia, ansia, stordimento, confusione. Parliamo di persone altamente qualificate e preparate, la cui resistenza psicologica ai traumi però non deve essere sopravvalutata.

La sindrome del reduce può colpire anche dopo molto tempo. Altro che stretta di mano, un abbraccio non sarebbe abbastanza a ringraziare quei dottori e quegli infermieri. Ricordo un chirurgo uscito dalla sala operatoria, con la madre del bambino appena operato che gli baciava le mani. Troppo? Forse.Una stretta di mano è perfetta per dimostrare di essere riconoscenti, un gesto che da 2800 anni gli esseri umani compiono in circostanze speciali: in origine per mostrare di essere disarmati e di conseguenza di essere in pace, amici, alleati, intimi, con un tocco del palmo interno della mano, una delle parti più sensibili del nostro corpo.

La stretta di mano suggella i patti, crea legame, dice “Io sono con te”, colma le distanze: anche quelle più importanti: per un politico è uno strumento potente di vicinanza nei confronti di elettori e amministrati. È stato calcolato che un presidente degli Stati Uniti stringe in media ogni anno circa 65mila mani. Come racconta Joe Klein nel suo libro Primary Colors, in un solo pomeriggio del 1907 Teddy Roosevelt riuscì nell’impresa di stringere 8mila mani. Pare che Donald Trump detesti questo tipo di contatto, preferisce mostrare il pollice alzato. Chissà cosa farà ora che la campagna elettorale sta per entrare nel vivo. Per ora l’attenzione è tutta per Laura e per le centinaia di persone come Laura che sono ancora ricoverate per Covid e ai medici e infermieri che li curano. Spero tutti. Una forte stretta di mano a tutti voi.

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