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Camici in Lombardia, l’ipotesi che la frode fosse «preordinata». Le indagini finanziarie sui conti di Fontana



inchiesta

Negli atti dei pm di Milano la presunta prova che Andrea Dini, cognato del governatore leghista, fosse pronto a rivendere una parte della fornitura

Camici, Fontana: “Chiesi a mio cognato di rinunciare al pagamento”

Negli atti dei pm di Milano la presunta prova che Andrea Dini, cognato del governatore leghista, fosse pronto a rivendere una parte della fornitura

3′ di lettura

L’inadempimento contrattuale era «preordinato» e organizzato con qualche soggetto interno alla Regione Lombardia. Andrea Dini, cognato del governatore leghista Attilio Fontana, prima di comunicare la decisione di trasformare la «fornitura» di 75mila camici bianchi in «donazione», poi limitata solo a 49mila pezzi, aveva già contattato una società di Varese cui cedere i restanti 25mila camici al costo di 9 euro l’uno.

Gli atti dei pm

Sono gli scambi di messaggi Whatsapp a svelare il retroscena contenuto negli atti della Procura della Repubblica di Milano. Martedì gli investigatori del Nucleo di polizia valutaria della Guardia di finanza hanno perquisito la sede di Dama spa, società amministrata da Dini (la moglie di Fontana detiene il 10%), acquisendo non solo i 25mila camici, parte di quella «fornitura» divenuta poi «donazione», ma anche i telefoni cellulari dello stesso Dini.

L’inchiesta

Ma andiamo per gradi. I reati ipotizzati dai pm sono due: turbata libertà nella scelta del contraente e frode in pubbliche forniture. La prima ipotesi, di cui rispondono solo Dini e l’ex direttore di Aria, la Centrale acquisti della Regione Lombardia, Filippo Bongiovanni, fa riferimento alla «scelta» della società Dama come fornitrice della Regione. L’azienda, infatti, era priva del «patto di integrità», la dichiarazione in cui si afferma di non avere legami con apparati politici dell’Ente. E invece riesce a incassare la commessa da oltre 500mila euro. Fontana ha affermato di aver saputo di questo contratto – stipulato il 16 aprile – solo in una fase avanzata, il 12 maggio. Eppure, stando alle indagini, era stato già avvisato dal suo assessore Raffaele Cattaneo.

La «donazione»

La seconda accusa coinvolge, assieme a Dini e Bongiovanni, anche lo stesso Fontana. Secondo gli accertamenti il governatore avrebbe tentato di «tamponare» l’inghippo, convincendo Dini a cambiare il contratto di fornitura in donazione. Per gli inquirenti il 20 maggio scorso è una data cruciale per mettere a fuoco la vicenda. Quel giorno – stando alla ricostruzione – intorno alle 11 del mattino Dini invia una email a Bongiovanni affermando di voler far dono dei 75mila camici (consegnati solo 49mila). Ma un paio d’ore prima, alle 9 del mattino, Dini aveva già inviato un messaggio Whatsapp a un soggetto per segnalare di essere in possesso di «una partita di tessuto per camici». Secondo gli inquirenti si tratta dei restati 25mila camici mai consegnati. L’ipotesi che si fa largo, dunque, è che Dini aveva già maturato l’intenzione di violare le regole contrattuali comunque decise, anche se poi la fornitura è stata trasformata in donazione.

I 250mila euro di Fontana

In questa fase si inserisce anche Fontana. Perché per «ristorare» il cognato del mancato guadagno di 500mila euro, compie un bonifico alla società Dama spa di 250mila euro utilizzando un conto corrente acceso alla Ubs Bank in Svizzera.Il bonifico, però, è stato bloccato dalla stessa fiduciaria che gestisce il conto, tanto da inviare una segnalazione per operazione sospette all’ente antiriciclaggio di Bankitalia.

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