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Autocertificazione, la storia infinita di un modello indimenticabile



BUROCRAZIA

Con la Fase 2 la dichiarazione per gli spostamenti è ormai al capolinea. Tra dubbi e sotterfugi, il racconto di due mesi che resteranno impressi

di Marco Ludovico

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Con la Fase 2 la dichiarazione per gli spostamenti è ormai al capolinea. Tra dubbi e sotterfugi, il racconto di due mesi che resteranno impressi

3′ di lettura

La storia dell’autocertificazione sembrava infinita. Adesso quasi stentano a crederci, gli italiani. Ma quel foglietto formato A4, ormai, non serve più. Resta l’eventualità di eccezioni decise dalle Regioni. E le dita incrociate contro ogni ripresa del Covid-19: uno dei primi effetti sarebbe proprio il ritorno del modulo maledetto. Croce e delizia di controlli, spostamenti, dubbi e incursioni. Indimenticabile.

Sfornati modelli a ripetizione

Il 10 marzo è fiocco azzurro, nasce il primo certificato per uscire di casa nell’era coronavirus. Le condizioni per potersi muovere sono pochissime. Vanno indicate per iscritto. Con la solenne dicitura in testa: «Dichiara sotto la propria responsabilità…». Ma, si sa, la burocrazia può uccidere o quantomeno sfinire: gli interrogativi, le incertezze, le obiezioni e le domande di ogni genere diventano un diluvio crescente e incessante.
Poi, in effetti, parte la sfilata vorticosa dei nuovo modelli: fa venire le vertigini. Dopo il 10 marzo il 17, poi il 23 e il 26. Ogni volta uno nuovo. A maggio, il 4 e il 18. Alla fine, si fa l’abitudine anche al cambio di modello.

I primi passi tra comprensione e furbizie

A marzo, nel pieno della tragedia dell’epidemia, la prima indicazione dei vertici delle forze di polizia, Arma e Polizia di Stato: «Aiutare ed essere vicini ai cittadini» fermati o con necessità di informazioni. Niente verifiche occhiute e puntigliose, il dramma sociale è già enorme. Gli italiani, però, hanno pure il detto facile «fatta la legge, trovato l’inganno».
C’è chi si perde dietro al dilemma di una stampante assente o mal funzionante a casa. In realtà il modello ce l’hanno gli agenti, nessun problema sei si è sprovvisti. E poi molti, come si dice in gergo, «ci provano»: giustificazioni inesistenti, motivazioni risultate false, tentativi di spostarsi senza alcuna spiegazione.

Parte la stretta sui controlli

Così la faccia buona del Viminale cambia espressione, diventa prima seria e poi severa. I casi di assembramento, termine in disuso e ora invece familiare a chiunque, fanno scandalo. I video diventano virali. L’autocertificazione corretta diventa così una sorta di assicurazione sulla vita. E sulla multa: diverse centinaia di euro, con la crisi ci manca solo quella. I limiti alla circolazione sono pesanti per tutti. Ma guardare quel foglietto bianco significa anche decidere se fare, o non fare, quello che non si potrebbe fare. Sarà pure uno schema antiquato in un mondo dove la carta è ormai vetusta. Ma sembra fare il suo effetto.

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Tanti Dpcm, tanti modelli

Se il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, deve via via adeguarsi con i suoi ormai famosi Dpcm all’evoluzione del Covid-19, il ministero dell’Interno, guidato da Luciana Lamorgese, ha a sua volta l’obbligo di conformare l’ormai mitica certificazione alle regole di Palazzo Chigi rivisitate e corrette. Quando Conte preannuncia, dunque, un nuovo Dpcm, la relativa autocertificazione è un oggetto ricercato. Scatta una vera e propria caccia a chi lo trova per primo: diventa un trofeo. Poi si scambia di corsa tra parenti, amici, conoscenti. Si discutono le nuove regole, si cerca di capire. L’effetto è assicurato: in tanti, la maggior parte, vogliono rispettare le regole.

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